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Antonio Lucchin e Lucia Gatti

Il soggiorno milanese

Quando ci capita di rievocare la definitiva partenza ed assenza  di Alvise non ci lasciamo fuorviare dalla spontanea forzatura psicologica, alla quale il ricordo viene sottoposto dal tempo trascorso, perché facciamo riferimento fondamentalmente ad un episodio schietto, semplice ed ammissibilmente narrabile nella sua pura cronaca. 
Alvise ha vissuto in casa nostra, a Milano, per due settimane.
 E’ stato durante il suo primo anno di universita’ cafoscarina ed Alvise non aveva ancora ben individuato l’indirizzo linguistico, al quale, più tardi, avrebbe dedicato le sue preferenze e le sue  energie intellettuali. Diciamo questo per sottolineare due aspetti:  trovava nell’abitazione una chitarra classica, strumento al quale   Alvise era gia’ appassionato e la “duena”, Lucia, cafoscarina, laureata con specializzazione in lingua spagnola nei primi anni cinquanta, ma soprattutto cultrice della letteratura e della storia spagnole continuativamente attiva nel tenere viva questa sua quasi connaturale dedizione.
A questo si aggiungeva una piccola biblioteca di classici spagnoli, a disposizione proprio nella stanza del suo soggiorno. Alvise aveva degli impegni, che gli lasciavano molto tempo libero, che io gli riempivo con suggerimenti di visite a monumenti, di cui la città abbonda.
Un ridotto quadro di facile e breve convivenza, piena di momenti ilari  per le improvvisazioni sonore, di canti e di ritmi, con Lucia e di scherzose schermaglie nelle “verifiche” turistiche di fine giornata con me. Da quando Alvise non c’e’ più, Lucia ed io ci tramandiamo la banalità di questa narrazione con una specie di benevola esagerazione, con l’aureola  delle rappresentazioni mitizzate e siamo convinti che ce ne da ragione la tenerezza con la quale siamo stati compensati   da Alvise nel successivo breve tempo della sua esistenza.
Gli abbiamo voluto bene per la sua spontaneità di comportamento.
Gli abbiamo voluto bene per il suo interesse per tutto quanto era spagnolo.
Gli abbiamo voluto bene per la sua umiltà di disposizione all’apprendere.
Gli abbiamo voluto bene per la conferma, molte volte dimostrataci, della  simpatia sua verso di noi.
Gli abbiamo voluto bene per come rideva, come parlava.
Gli abbiamo voluto bene perché aveva qualcosa di, non sappiamo se può essere appropriato alla sua essenzialità, di incorporeo, di creatura quasi eterea.
Insomma gli abbiamo voluto bene per…così,  come era. 
E gli vogliamo ancora bene.

 

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