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Un ragazzo buono, leale e molto sensibile
Caro Alvise,
sono passati diversi anni da quando ci siamo incontrati sui banchi di scuola, tu studente, io tuo professore di diritto, e mi ritrovo, oggi, a scrivere un mio ricordo di te riferito a quegli anni, che sembrano lontani.
Da quando te ne sei andato ti ho pensato spesso e mi ha fatto molto piacere ricevere, da tuo papà, l’ultimo libro della Fondazione che porta il tuo nome, perché in esso ho trovato alcune tue fotografie, che ogni tanto riguardo e che ho il piacere di conservare.
Quello che lui sta facendo, in tua memoria e nel tuo nome, è veramente incredibile; sono stupito da tanta instancabile iniziativa e da tanta capacità di organizzare, scrivere, pubblicare. Più ancora, mi tocca veramente il cuore vedere quanto amore egli manifesti, ancora oggi, immutato se non accresciuto, per suo figlio.
Sono contento che mi abbia chiesto di scrivere un ricordo di te. Mi tornano spesso alla mente, infatti, gli anni, ormai trascorsi, della scuola e dell’insegnamento. Ti rivedo, nitidamente, in primo banco, sempre educato e gentile, lo sguardo mite, mai arrogante o nervoso, anche quando ti trovavi in difficoltà. Avevi una compostezza che è non è comune trovare nei ragazzi a scuola.
Il tuo rapporto con la mia materia era un po’ condizionato dalla necessità di memorizzare tante pagine (problema, peraltro, comune a tanti studenti) ma, in classe, seguivi le lezioni sempre con attenzione e ti rammento assai interessato alle applicazioni dei vari istituti giuridici ai casi della vita quotidiana. Eri un ragazzo curioso.
Del resto, credo tu convenga con me, era proprio questo, accanto ad altri più ostici, l’aspetto gradevole della materia: il poterla applicare ai problemi reali e concreti. In ogni caso, nonostante in certi periodi, con lo studio, sia stata dura, ce l’hai sempre fatta ed io sono stato soddisfatto del tuo impegno.
Ero un giovane professore esigente, forse un po’ rigido, ma ho amato i miei studenti ed ho cercato di far fruttare il tempo trascorso insieme. Spero, comunque, di averti lasciato un buon ricordo.
Negli anni passati ho parlato di te, qualche volta, con mio padre, che, guarda i casi della vita, era stato il tuo professore di italiano e, tanti anni prima, anche quello di tuo papà, che ricordava sempre con affetto. Una volta mi ha raccontato che, verso la fine degli anni ’60, lo aveva trovato d’estate, al mare, che suonava con un gruppo: una passione per la musica che, so, avevi anche tu.
A scuola, alla fine dell’ora di lezione, svanita la tensione, a volte chiaccheravamo un po’. Ricordo, come fosse ora, quando mi raccontavi delle canzoni napoletane che ti piaceva cantare e dei libri che leggevi. Mio padre mi diceva che eri versato per la letteratura ed oggi, se fossi ancora qui e dovessi iniziare di nuovo le superiori, penso che, forse, sceglieresti una scuola meno tecnica e più umanistica. Anch’io ho sempre amato le materie letterarie.
Oggi non sei più tra noi, ma sono certo che, anche per te, la vita continui e che la morte non sia altro che un passaggio, un aprire una porta chiusa per entrare in un’altra stanza. Chi muore in realtà continua a vivere, e non solo nel ricordo di chi è rimasto qui, ma vive, veramente, nello spirito: lo credo fermamente e mi piace pensare che oggi tu abbia ritrovato, là dove sei, il tuo vecchio professore di italiano, che ti voleva bene.
Per noi che restiamo, la morte di una persona cara è un grande dolore e questo dolore diventa grandissimo, incommensurabile, assoluto, quando è quello di un genitore per la scomparsa di un figlio. Ogni volta che leggo ciò che scrive tuo padre partecipo intimamente al suo dolore, lo sento mio e mi commuove sempre, perché solo un padre è in grado di comprendere che cosa possa significare sopravvivere al proprio figlio.
Ti ho sempre considerato un ragazzo buono, leale e molto sensibile, forse troppo, perché questo era quello che lasciavi trasparire: ogni tanto ci incontravamo la mattina in bicicletta, entrambi diretti a scuola, ed eri sempre cordiale nel saluto, apparentemente spensierato. Oggi so che, dentro di te, non eri sempre sereno, e che soffrivi anche quando non lo lasciavi vedere.
Caro Alvise, voglio ricordarti così, con la tua bicicletta mentre vai a scuola, col sorriso sulle labbra ed i tuoi occhi azzurri. So che un giorno ci incontreremo ancora e potremo chiaccherare serenamente, insieme, lontani dalla fatica di questa vita fisica, così spesso difficile da affrontare. Nel frattempo, tu lo sai, ti sono vicino col cuore, e ti abbraccio forte.
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