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Quell’anno, era il 1996, il Ministero della Pubblica Istruzione non mi aveva nominato nelle commissioni d’esame. Ne ero felice. Dopo tanti anni consecutivi, la tregua era stata accolta con gran sollievo. Di breve durata, però.
Alla vigilia, fui convocata dal Provveditorato per sostituire un collega ammalato. La scoperta, poi, di dover fare il commissario in un istituto privato, quasi mi fece scendere le lacrime.
Noi insegnanti statali abbiamo sempre guardato alle “private” con una certa diffidenza anche perché, stranamente, studenti svogliati e pluriripetenti, in quegli istituti si trasformavano in “geni” capaci di completare brillantemente, in un solo anno, corsi di studi fino allora fallimentari.
Un nominativo nell’elenco dei candidati fu il mio primo contatto con Alvise. Alvise, nome senza dubbio veneziano e un cognome, Marotta, di sicura provenienza napoletana. Un abbinamento strano, curioso.
Il giorno dello scritto d’italiano (fra le tante tracce ricordo che ce n’era una su una lirica di Pavese che la maggior parte dei ragazzi confessò di non aver mai sentito nominare), un mio ex alunno della scuola statale, per poco non fuggì, quando, con gli altri membri della Commissione, feci il mio ingresso nell’aula. In quella occasione vidi Alvise.
Entrò con aria spavalda, gli occhiali da sole sulla fronte, l’abbigliamento molto curato, persino troppo per un ragazzo della sua età.
L’ atteggiamento, i modi e i gesti controllati miravano a trasmettere, soprattutto a noi, l’idea di un candidato tranquillo, per nulla preoccupato della prova che si accingeva ad affrontare. Esibiva una sorta di superiorità nei confronti dell’esame, dei compagni, dei commissari. Tutto un po’ troppo sopra le righe, per essere naturale, spontaneo e per ingannare chi, per età ed esperienza, sapeva capire anche quello che i ragazzi, spesso, tentano di nascondere agli adulti e a se stessi.
Durante gli scritti alcune volte si rivolse agli insegnanti per chiedere chiarimenti, anche se, fu la mia impressione, non ne aveva bisogno; altro non era se non un modo per comunicare con noi e per ricordarci che lui c’era.
Tanti anni nella scuola mi avevano insegnato a non lasciarmi ingannare; i trucchi dei ragazzi per celare la loro fragilità, erano infiniti e io non ci cascavo più.
La lettura del compito d’italiano sorprese piacevolmente sia me che la Presidente, insegnante di lettere anche lei.
La scrittura scorreva fluida, sicura. Il lessico, cosa rara, era appropriato, il vocabolario ricco e le considerazioni non superficiali, con spunti di originalità. Certamente un compito ben fatto, un caso raro fra tanti che stentavano ad avvicinarsi alla sufficienza.
La prova orale confermò il giudizio positivo. Finalmente potevo colloquiare senza dover frugare tra le righe del programma, nella speranza di trovare un argomento conosciuto dal candidato. Alvise dimostrò non soltanto di essere preparato ma di avere molti interessi, di possedere buone letture, certamente al di sopra della media dei ragazzi della sua età, di amare la scrittura, il teatro. Finalmente potevo parlare di Pirandello.
Alla Presidente che alla fine dell’esame gli chiese perché quella combinazione così particolare del nome e del cognome, che sembrava rappresentare una sorta di “unità d’Italia” fornì una dotta e puntuale spiegazione dell’origine dl nome Alvise. Latino, tedesco, veneziano.
Anche quella sessione d’esami finì. Ne seguirono molte altre. Io non incontrai più Alvise, anche se ogni tanto mi ritornò alla memoria quel ragazzo dal nome che mi aveva colpito.
A distanza di tempo scoprii che mio figlio lavorava nell’ufficio del dottor Marotta. Gli chiesi, per pura curiosità, di informarsi per sapere se aveva un figlio di nome Alvise. Non avevo dimenticato.
Una mattina quella telefonata, quella notizia. I miei ricordi.
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