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Giannicola Pittalis

 Un’anima che vive per sempre

Lo seré todo,
pues que mi alma es infinita:
y nunca moriré, pues que soy todo
(Sarò ogni cosa,
poiché l’anima mia non ha confini,
e non morirò mai, giacchè son lutto)

                                   Juan Ramón Jiménez 

Alvise era un giovane laureando in Lingua e Letteratura Spagnola presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ed era arrivato al termine del cursus studiorum, al quale aveva inoltre aggiunto tre esami per approfondire lo studio del teatro e delle discipline letterarie.
Era un ragazzo con incredibili doti e passioni.Adorava il teatro, la poesia, la letteratura. Per molti di noi leggere è un passatempo da curare magari in una giornata di pioggia, per Alvise invece diventava quasi studio. L’uso delle parole nel testo, il loro significato nascosto, la poesia e la musicalità dei versi. Ciò che per un comune lettore è solo un libro o un racconto, per lui diventavano strumenti per capire nel profondo chi quelle parole le aveva rese vive su una pagina bianca. Erano ore passate a cercare di decifrare la linguistica e la filologia, a leggere ed analizzare testi di autori spagnoli e italiani, a condividere con gli altri la passione o l’avversione per un poeta piuttosto che per un drammaturgo.
Alvise era uno studente diligente, entusiasta per la letteratura: gli piaceva studiare, a volta gli risultava difficile, com’è successo a tutti noi, misurarsi con le discipline che lo allontanavano momentaneamente dalla letteratura. Tuttavia quando veniva meno l’entusiasmo, aumentavano in lui l’impegno e l’applicazione. Questa sua passione però non gli ha mai impedito di aiutare chi era meno fortunato di lui, di condividerne le difficoltà. Forse proprio il suo animo così nobile gli imponeva sempre di farsi continue domande. In un articolo da lui scritto per un giornale dedicato al mondo del no profit a livello europeo aveva scritto: “Vorrei con questo mio lavoro riuscire ad esprimere e quantificare tutta la mia rabbia per un mondo diviso anche nella possibilità per gli uomini di vivere la quotidianità, nel camminare, nell’affrontare un centro storico, una scala, una strada, un negozio, una scuola. Quello che si dice una vita normale, dove per vivere non si debba avere bisogno di tecnologie e di medicine, di apparecchi particolari, di accompagnatori e di quant’altro serva per potere essere autonomi e potersi sentire uguale agli altri. Se avessi un’idea, anche solo in parte vincente, per dare delle risposte intelligenti al miglioramento della propria vita e più in particolare a chi ha difficoltà, a chi vive una sua diversità rispetto agli altri, penso che nessun premio possa essere tanto importante da essere all’altezza dal risultato conseguito”.
Questo era Alvise. Un ragazzo come tanti, ma al tempo stesso diverso. Un ragazzo che a differenza di molti altri capiva il disagio di chi, per sorte o per scelta, non poteva fare altro che vivere contando sulle sole proprie forze. Alvise era una persona simpatica, non facile, corretta e generosa, molto attento alla gratitudine e alla lealtà nei rapporti umani, convinto delle proprie idee, senza essere ostinato, a volte introverso ed impenetrabile, ma mai banale. Amava molto la sua famiglia, credeva nell’amicizia, detestava l’ingratitudine. Adorava anche recitare: era dotato di un talento straordinario di attore, di imitatore e di cantante. Spesso imitava questo o quel personaggio pubblico con una straordinaria bravura nel cogliere e parodiare caratteri, gestualità e modi di parlare. Dimostrava la sua non comune capacità di osservare gli altri e di ironizzare sui comportamenti umani con garbato umorismo.
Orgoglioso del padre Umberto, da anni impegnato nel sociale, aveva approfondito i sistemi e le organizzazioni interne delle fondazioni, facendo di quelle spagnole addirittura l’argomento della sua tesi di laurea. Se ne è andato in silenzio, all’improvviso, come un attore che all’ultimo atto abbandona la scena, lasciando dietro di se solo il sipario che si chiude. Ma oggi, è la volontà dei genitori Renata e Umberto che permette ad Alvise di continuare a vivere come esempio per gli altri. Alla fine del 2004 nasce la Fondazione Alma, dalla significativa sigla ALMA che è data dall’unione delle prime sillabe rispettivamente del nome e del cognome di Alvise. Ma ALMA significa anche ANIMA, SPIRITO, ENERGIA in lingua spagnola, quella lingua che Alvise tanto amava e aveva appassionatamente studiato. Così la Fondazione ALMA nasce allo scopo di onorare la memoria di Alvise, nutrita dal suo stesso SPIRITO sensibile e generoso che lo caratterizzava e lo spingeva ad interessarsi di problematiche sociali, e ad avvicinarsi alle persone meno fortunate o in difficoltà.
Foscolo ha detto che solo chi non lascia un ricordo è destinato a morire per sempre. Alvise ha lasciato una traccia del suo passaggio in ogni persona che aveva conosciuto e il suo ricordo, più ancora del suo nome, stanno ora vivendo in tutti quei ragazzi che l’impegno della Fondazione sta salvando. E mi piace immaginarlo sorridente, mentre da dove si trova ora, ne discute in spagnolo con quegli autori spagnoli che amava tanto.

 

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