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Dalla lettura delle prime pagine del Purgatorio, il personaggio dantesco che più mi ha interessato è Manfredi, figura di rilievo e magnificamente descritta, dal poeta, nel terzo canto. La scenografia presentata è stupenda, Dante s’incammina, lasciando il mare per affrontare l’ultima montagna e ai piedi di essa, incontra una schiera d’anime: sono gli scomunicati, i quali essendosi pentiti nel punto di morte, ma non assolti dalla scomunica, devono stare fuori dal purgatorio, trenta volte il tempo vissuto in tale stato. Fra queste, Dante improvvisamente si sente interpellato da un’anima che gli chiede di riconoscerla.
Alla risposta negativa del poeta, il penitente prende parola e parla di sé e del suo passato.
Quest’anima è Manfredi, figlio di Federico II, diventato re di Sicilia, dopo la morte di Corrado IV, e quindi usurpatore della corona che sarebbe spettata al piccolo Corradino.
Manfredi era da sempre in conflitto con la Curia romana, come d’altronde era avvenuto a tutti i principi Svevi, e per questo il Papa chiamò Carlo d’Angiò in Italia, dandogli l’investitura del reame.
La storia è avvincente, perché tale situazione provocò uno scontro immediato tra Carlo e Manfredi che avvenne a Benevento.
Manfredi, dopo aver eroicamente combattuto , fu ucciso nel campo di battaglia.
La leggenda dice inoltre che, rimasto insepolto, gli stessi capitani francesi, insistettero perché al loro nemico fosse ugualmente data onorevole sepoltura, anche se morto scomunicato. Il rito seguito dall’esercito francese fu questo: ogni soldato passando davanti al cadavere, gettò su di esso un sasso. In tal modo veniva lapidato lo scomunicato, e nello stesso tempo gli si costruiva una tomba.
Altre notizie storiche ci informano che il Papa Clemente ordinò che il cadavere del nemico fosse trasportato fuori dal territorio di Benevento, che in quel tempo era di proprietà della chiesa e fosse gettato nella campagna, dove una volta abbandonato, sarebbe divenuto facile preda di uccelli rapaci e delle bestie selvatiche.
Tutti questi avvenimenti, presumibilmente, colpiscono la fantasia del giovane poeta e determinano la creazione di questo episodio, che è uno dei più singolari.
Fra le diverse caratteristiche di Manfredi, mi ha colpito anche il modo in cui Dante concepisce questa figura. Quest’uomo ci è descritto come “biondo, bello e di gentile aspetto” e vi è una profonda ammirazione nei confronti di quest’anima penitente, che appare ai suoi occhi come un individuo “nobile, aristocratico e maestoso”.
Bastano queste poche parole per presentarci il personaggio, in modo assolutamente simpatico, perché Manfredi non è solamente bello ma anche un valoroso. Infatti, Dante vede subito la ferita in fronte e poi ammira la ferita al petto, essendo morto con la fronte rivolta al nemico.
Della figura di Manfredi, ammiro prima di tutto l’affetto, straordinario che egli nutre per la figlia Costanza, e questo forte senso paterno è a mio avviso il sentimento più nobile che un uomo possa manifestare. In secondo luogo il suo enorme rammarico per il trattamento fatto al suo cadavere, poiché l’odio non dovrebbe continuare dopo la morte.
Manfredi nell’oltretomba, perdonato da Dio e sulla via della salvezza, non avrebbe potuto mai provare sentimenti violenti contro chiunque. Intravedo, inoltre in Manfredi la preoccupazione di un uomo disperato del proprio destino terreno e la voglia primaria di fare chiarezza sulla sua tragica ma eroica morte. Scopro da questi atteggiamenti la sua voglia di informare il mondo dei viventi, tramite Dante, della sua ritrovata salvezza e la relativa espiazione delle proprie pene. Manfredi, quindi è l’interprete del bisogno d’amore innato nelle anime del Purgatorio, ed essendo perdonato da Dio, le sue parole sono confortanti agli occhi del poeta.Questo sentimento d’amore, è un sentimento profondo di umanità e fede cristiana, che si può ottenere solamente con le preghiere dei viventi, perché esse hanno il potere di alleggerire le pene delle anime e di fare proseguire i penitenti verso la beatitudine e la misericordia di Dio.
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