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Dalla guerra del Golfo a quella della Jugoslavia
Il Ricordo - Il pensiero di Alvise

L’ultimo decennio è nato all’insegna della guerra così come la fine degli anni ottanta lasciava intravedere all’umanità nuove speranze di un mondo diverso e più giusto.
L’alba degli anni novanta sorge dunque con la guerra del golfo, che ha impegnato quasi tutti i paesi del mondo sviluppando nuove alleanze, ma svegliando nel frattempo vecchie questioni di conflitti fra i popoli.
Negli ultimi mesi, mentre non si era ancora spento l’eco di quella guerra, partita con l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, stiamo assistendo ad una tragedia europea  che riguarda più specificatamente la Jugoslavia, la storia di un paese che si sta dividendo in più stati. Guerra dunque, come comune denominatore di questi primi anni novanta, frutto di ereditarietà storiche e remote spesso non molto lontane nel tempo.
Questo succedersi di conflitti nel mondo mi ha molto colpito per la diversità delle situazioni, ma anche perché noi tutti siamo coinvolti in maniera diversa.
Il conflitto in Jugoslavia avviene a due passi dall’Italia, ma pare non susciti forti emozioni anche se i mezzi di comunicazione, giornali e televisioni, ci informano di altri 30.000 morti, di bambini rimasti soli e di popolazioni stremate dal freddo e dalla fame. La vera ragione di questa diversità sta nel fatto che nel Golfo erano in gioco enormi interessi economici, su scala mondiale.
Tutti avevano un loro interesse per stare in gioco, perché il Kuwait era uno stato, indipendente e sovrano, attaccato ed aggredito da un altro paese.
La Jugoslavia è invece uno stato unitario, dove c’è una guerra civile, dove ogni intervento militare straniero in favore della Croazia, o della Serbia, non sarebbe ancora oggi giustificato.
Nel frattempo in Croazia e Serbia si continua a sparare, si continua a morire, perché forse in fondo da quelle parti non passano oleodotti, non ci sono pozzi petroliferi e alla comunità internazionale non vengono arrecati danni economici.
La televisione ci mostra immagini di sofferenza umana, coinvolta suo malgrado in un conflitto che probabilmente l’Europa avrebbe potuto prevenire evitando la tragedia ora in atto che mette in dubbio la dignità dell’uomo.
Ho letto dai quotidiani che sono morti molti bambini a Zagabria, a Ragusa, e in altre città slave, piccole e grandi ma le immagini dei loro volti innocenti, uccisi dall’odio degli uomini non ci sono state mostrate.
Pare quasi che queste atrocità debbano essere ignorate per non turbare la nostra serenità.
A questo punto non ci resta altro che la speranza di un futuro migliore, dove prevalga la volontà di pace fra gli uomini e dove le guerre siano evitate con un serio e continuo dialogo fra i popoli.Il 1992 è iniziato con forti segnali di distinzione e fra questi il più importante è stato il riconoscimento della Croazia e della Serbia da parte della Comunità Europea.
Si è aperto dunque un capitolo nuovo di dialogo fra i popoli, ma la speranza in noi è che gli ex padroni della fame e della guerra vogliano rettificare il corso della storia più recente facendo prevalere il diritto alla libertà culturale e alla autonomia dei popoli.

 

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