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Una idea per la qualità della vita
Il Ricordo - Il pensiero di Alvise

Vorrei con questo mio lavoro riuscire ad esprimere e quantificare tutta la mia rabbia per un mondo diviso anche nella possibilità per gli uomini di vivere la quotidianità, nel camminare, nell’affrontare un centro storico, una scala, una strada, un negozio, una scuola.
Quello che si dice una vita normale, dove per vivere non si debba avere bisogno di tecnologie e di medicine, di apparecchi particolari, di accompagnatori e di quant’altro serva per potere essere autonomi e potersi sentire uguale agli altri.
Se avessi un’idea, anche solo in parte vincente, per dare delle risposte intelligenti al miglioramento della propria vita e più in particolare a chi ha difficoltà, a chi vive una sua diversità rispetto agli altri, penso che nessun premio possa essere tanto importante da essere all’altezza dal risultato conseguito.
Dunque cercherò più modestamente di esprimere il mio punto di vista avviando qualche riflessione che porti almeno a me stesso consapevolezza della gravità del problema, convinto che se tutti, dico tutti, noi giovani cominciassimo a parlarne, sicuramente fra qualche anno la situazione sarebbe completamente diversa.
Dovremmo perciò avere un comune atteggiamento, diverso e più disponibile, un po’ come i girasoli sono tutti rivolti perennemente al sole, noi giovani dovremmo orientarci nel modello di vita, nello studio e nella ricerca alla soluzione del problema.
Come sappiamo, alle soglie del Duemila, l’umanità ha certamente fatto dei grandi passi in avanti nel raggiungere livelli di benessere, e di conoscenza specifica di nuove tecnologie.
Un mondo dunque che sta cambiando rapidamente e che ha avuto il merito, in particolar modo nella seconda metà del secolo ventesimo di far crescere la qualità della vita per una buona parte dei residenti nei paesi industrializzati. Ma tale affermazione ha anche delle forti contraddizioni. Evidenzia nel contempo molti aspetti negativi, soprattutto nei paesi poveri, laddove le forti disparità sociali ed economiche si traducono nell’incapacità di una buona parte di quella popolazione di accedere alle risorse di base: cibo sufficiente, elementare alfabetizzazione e cure mediche di base. Nazioni dove se un uomo è anche portatore di handicap, aggiunge un problema ad un altro problema con nessuna possibilità di poter affrontare la vita in modo dignitoso. Quasi una doppia condanna avuta nel grembo della propria madre, senza via d’uscita. Una condanna ricevuta da un tribunale virtuale formato da tutti noi.
Un dramma nel dramma, per loro ma anche per noi. In sostanza possiamo tranquillamente affermare che il mondo è praticamente diviso in due una parte sempre più ricca e più assistita, mentre l’altra parte sempre più povera, in tutti i sensi.
Questo è un primo scenario del problema che ci è stato posto oggi: infatti dovremmo in poche pagine delineare un progetto per la qualità della vita. Quale vita e per chi?
Se parliamo dell’uomo, senza distinzione di nazionalità, dovremmo cercare di affrontare il problema con maggior dinamismo e notare una maggiore partecipazione da parte dei governi e del mondo della produzione, ma anche e soprattutto da parte dei giovani che nel tempo si troveranno essi stessi a prendere decisioni, a determinare un maggiore orientamento alla solidarietà. 
Un ragionamento dunque che veda coinvolta tutta l’umanità che può dare, che può contribuire ad individuare delle nuove risposte in funzione di una maggiore dignità collettiva.
Ma siamo franchi, questo obiettivo è al di là da venire, ci vuole un etica diversa, un coinvolgimento determinato al comportamento intelligente, alla ricerca della soluzione dei problemi degli emarginati, una nuova voce di bilancio che sostituisca all’utile aziendale, la progettazione di attività a favore degli altri.
Un sogno con tutta probabilità oggi impossibile da quanto ho potuto leggere e interpretare dalla quotidianità del nostro modello di vita. Infatti una buona parte dell’umanità vive in una situazione di diversità sostanziale rispetto all’altra, quasi fosse portatrice di un handicap.
Una sottile diversità dunque fra questa parte dell’umanità, emarginata e sconfitta dalla nascita, ed un’altra residente nei paesi industrializzati ma portatrice di handicap, di chi cioè è in grado di vivere la propria vita solo se posto nella condizione di essere aiutato.
A mio parere proprio oggi che assistiamo ad un modo nuovo di affrontare le scelte e le responsabilità di conduzione e di governo del nostro paese possiamo fare qualcosa per chi ha dei problemi di deficit motorio e o sensoriale proprio perché per loro è ancora più grave e più difficile l’accettazione di tale realtà dove tutto si trasforma al ritmo dell’efficienza e di un modello complessivo di miglioramento della vita una maggiore.
Questo è uno dei problemi più “nuovi” del nostro paese, ma ancor meglio della cultura dei paesi industrializzati. Capire cioè se esiste la volontà di affrontare un modello di sviluppo dell’economia evidenziando come obiettivo comune un progetto di solidarietà verso le classi emarginate, o ancor meglio verso chi per motivi diversi non è un grado di essere autonomo. In sostanza, un piano di azioni, di leggi e di comportamenti che determini una nuova consapevolezza di provvedere alle necessità della persona portatrice di handicap accrescendone la propria dignità umana.
Certamente c’è molto dibattito intorno a questo tema ed è ancor più evidente che fino a pochi anni fa il problema non c’era in quanto nessuno, tranne una scuola di pensiero legata al modo cattolico, sviluppava attività di volontariato e di sostegno a favore dei più deboli.
In sintesi abbiamo bisogno che la ricerca sviluppi nuove tecnologie, ma anche che i media diano maggiore e più qualificata informazione sul problema.
Vi è la necessità di nuove regolamentazioni per gli assetti urbanistici, ma anche di un maggiore coinvolgimento e di integrazione nel mondo del lavoro. Un grandissimo ruolo potrà essere svolto dal mondo produttivo, che potrebbe dedicare maggiore attenzione al settore. Utili aziendali a favore della ricerca di nuove soluzioni tecnologiche, posti di lavoro per una maggiore integrazione del portatore di handicap.
Luoghi di lavoro a misura dell’uomo, dove il miglioramento del livello di vita dei propri collaboratori sia un fine aziendale e non un mezzo.
Ho la certezza che solo così, se ognuno contribuirà con le proprie forze e la propria intelligenza al raggiungimento di un migliore standard qualitativo di vita, potremmo vivere tutti da protagonisti.
Ma per ottenere ciò è veramente necessario cambiare atteggiamento e forse, solo allora, vi sarà un premio per tutti e non per uno solo.

 

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