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La bonheur ossia la felicità
Il Ricordo - Il pensiero di Alvise

…”La grande affaire est la seule qu’on doit avoir, c’est d’être heureux”(così scrive) de sa façon scrive Voltaire dans sa correspondance a’ M.me la Presidente de Bernère io penso che questa citazione è veramente, un buon punto di partenza per cercare di comprendere e analizzare questo complesso sentimento studiato da molti letterati di tutte le epoche, capace di scatenare rivoluzioni e cambiamenti.
Cantanti, poeti, filosofi, psicologi hanno cercato di darci una classificazione, di trovarne l’essenza attraverso lo studio dell’anima umana, senza arrivare forse a comprenderne il vero significato.
Io penso come il filosofo greco Epicuro che mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni ricordando e amando la felicità passata e da giovani per prepararci a non temere l’avvenire. Penso poi che si debbano tener presente quali fra i nostri desideri che sono fondamentali per la felicità e cioè solo quelli che, sono naturali mentre altri sono inutili per la felicità. Tra i necessari alcuni sono utili al benessere fisico, altri per la stessa vita.
Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell’animo al fine di allontanarci dai grandi nemici.
Infatti si prova bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso, quando questa bufera interna cessa arriva il bene dell’animo e del corpo. Certo è che non dobbiamo ritenere che il piacere sia l’unico principio e fine per una vita felice anche perché a volte da questo può venirci più male che bene. Come sostiene Fontanelle: Un grand obstacle au bonheur, c’est de s’attendre à un trop gran bonheur. Bisogna sentirsi indipendenti dai bisogni, molte volte l’uomo contemporaneo che vive in questa frenetica società dei consumi dice “Io non ho niente” poi se ci pensiamo meglio, la nostra coscienza ci dice: “Ma ti sembra niente”.
I sapori più semplici come l'inebriante luce di un mattino che nasce, l'abbraccio di un amico, l'amore di una donna che ama solo te, il volto di un bambino, il mare, i mille colori del cielo,a  volte danno lo stesso piacere dei più raffinati. Se riusciamo a saper vivere anche di poco quando vivremo un’esistenza ricca… potremmo apprezzare meglio questa condizione. Sono concorde con la dottrina filosofica che afferma il piacere deve essere inteso come ciò che aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno. Un altro elemento indispensabile è l’intelligenza che ci aiuta a  comprendere che  non ci può essere vita felice senza che sia anche intelligente e viceversa.
Infine appoggio l’idea che si debba pensare il nostro rapporto con la morte, dato che non siamo immortali. Dunque se siamo religiosi è meglio che crediamo in ciò che ci insegna il nostro credo e se non lo siamo bisogna pensare come scrive Epicuro che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che essa non è altro che l’essenza del godere e del soffrire, quando noi viviamo la morte non c’è e quando c’è non viviamo noi.
A distanza di 2000 anni penso che questi  siano insegnamenti ancora preziosi e che in gran parte rispecchiano il mio pensiero. E se in periodi più remoti Paul Valery in Mauvais Pensieri et autre del 1941 affema che “la bonheur a les yeux feruvers” allora teniamoli aperti noi.
Cos poi se dovessi definire la felicità con una metafora poetica direi che le bonheur è un cavallo bianco che non  suda mai.

 

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