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Alvise Benedettelli PDF Stampa E-mail

Si erano conosciuti a Sappada, grazie all’amicizia che c’era già da qualche anno con il papà Alessio, musicista allora de “I Solisti Veneti” e che a sua volta era collega e amico di mio fratello Giuseppe. Erano tutti e due docenti al Pollini, il Conservatorio di Musica di Padova, diretto dal maestro Claudio Scimone. Poi grazie alle case che tutti e due avevamo acquistato a poche centinaia di metri in montagna, le nostre famiglie cominciarono a frequentarsi ed è così che abbiamo conosciuto i fratelli Benedettelli, Alvise e Vitale, Costanza e la madre Clizia. Quindi una frequentazione, una conoscenza che, come dice bene Alvise,  con il tempo sarebbe diventata una vera amicizia.

 

Gli amici si contano sulle dita delle mani

 

Ho ben nitida nella mia mente quella telefonata: era sera, era assurdo, incongruo.

Affermazioni del genere in queste situazioni possono essere, e a volte sono, quasi dei semplici automatismi; ma io avevo visto Alvise proprio di recente e stando al ricordo di come l’avevo trovato non avrei potuto reagire con meno stupore e stordimento.

Ero passato a casa sua per portare i saluti dei miei a Renata e Umberto: Alvise sarebbe dovuto uscire di lì a poco, così approfittai e aspettai per accompagnarlo e far due passi con lui. Una chiacchierata semplice, fatta di discorsi sul più e il meno, fatta di quei piccoli aneddoti che chi non si vede da un po’ ama raccontare, scherzandoci magari sopra. Andavamo giusto pochi isolati più in là, Alvise doveva recarsi in uno studio televisivo a stilare una serie di domande per un intervista ad un ospite.

Ricordo di avergli fatto i complimenti a tal proposito, in quanto trovavo interessante la cosa e mi pareva che Alvise fosse altrettanto soddisfatto di questa attività.

Ci prendemmo una manciata di minuti per prendere qualcosa al bar e cogliemmo così l’occasione per parlare di Sappada e delle possibili occasioni di vicendevole visita che ci sarebbero potute essere durante le vicine vacanze invernali. Entrambi, infatti, solevamo trascorrere periodi di vacanza in montagna, lì in quella cittadina; anzi, ci conoscemmo proprio così.

Ci trovavamo d’estate in terrazza da me, in inverno nelle stube e ultimamente nella cantina di Alvise, dove mio fratello ed io approfittavamo della chitarra di Umberto per improvvisare improbabili melodie. Sarebbe estremamente ipocrita dire, però, che io e Alvise fossimo grandi amici: è vero che mio fratello Vitale si incontrò con Alvise anche più di quanto successe a me, ma è d’accordo nel dire che anche lui possa sentirsi conoscente, non amico; sono sicuro che anche Alvise la vedrebbe così.

 

Spesso la parola amico è abusata, io personalmente credo sia vero il detto che dice “gli amici si contano sulle dita delle mani”; guardando le mie mi rattrista vedere come non abbia avuto il tempo di poter contare anche Alvise.

 

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