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Andrea Zinato PDF Stampa E-mail

Tanti, tantissimi ricordi, tutti del periodo universitario, a partire dal 1996 al 2002. Con Alvise si vedevano e si sentivano spesso. In quegli anni Andrea stava facendo i primi passi della carriera universitaria, più una speranza che una certezza in un mondo molto difficile.

Nel frattempo per certi versi Andrea era divenuto il suo tutor e di questo gli sarò sempre riconoscente, leggevano insieme testi, discutevano, studiavano anche durante il momento della colazione che spesso facevano insieme.

Poi per una decina di anni era stato consigliere di Aluc, seguendo l’operatività della segreteria, organizzando giornate di studio oltre a varie attività di formazione nell’ambito disciplinare d’interesse del corso di laurea che frequentava Alvise. Va anche ricordato che ogni giornata di proclamazione del cafoscarino dell’anno lo ha visto collaborare, ancora oggi, nella preparazione dei testi di ogni singola motivazione del premio e da quando è stata avviata la borsa di ricerca dedicata ad Alvise, finalizzata a premiare una esperienza all’estero di un giovane laureato, è lui che coordina la commissione che valuta le candidature.

Gli anni sono passati in fretta e Andrea oggi è docente universitario  e sono certo che Alvise è felice della carriera che è riuscito a fare.

 

«Donde habite el olvido» (Luis Cernuda)

 

Furono le jarchas, precoci e preziose testimonianze di poesia volgare della letteratura spagnola delle origini, il luogo poetico del mio incontro con Alvise. Cominciò allora un cammino, che all’epoca immaginavo lungo, che ci condusse al mondo poetico raffinato e ricco di suggestioni di Antonio Machado e dei poeti della Generazione del 1927, da Federico García Lorca a Luis Cernuda, da Rafael Alberti a Pedro Salinas. Ci unì la letteratura e in essa la lettura della complessa, potente ed immaginifica poesia dei Secoli d’Oro spagnoli: l’estasi sublime di Juan de la Cruz, il verso senza briglie e di acceso fuoco creativo di Góngora, la colta, raffinata ed implacabile satira di Quevedo.

L’occasione della lettura superò ben presto i confini pur nobili del tutorato e si convertì in un sodalizio di amicizia e di affinità.

Nei testi poetici Alvise ed io cercavamo le risposte o le non risposte all’inquietudine o alla gioia del vivere, del nostro vivere. I reciproci poeti preferiti e prediletti costituivano un nostro personalissimo ed esclusivo canone, separandoci spesso la persuasione di aver fatto ambedue la scelta migliore, amichevolmente inconciliabile. Palpitava in Alvise la non comune capacità di ascoltare.

Oggi è il pessimismo cosmico di alcuni versi di un sonetto di Góngora, la cifra di quel sodalizio, mutilato, reciso nel volto e nella presenza:

 

Godi collo, capelli, labbra e fronte,

prima che quel che nell’età dorata

fu oro, giglio, garofano, cristallo

 

non solo argento e viola disfiorata

divenga, ma con esso insieme tu

terra, polvere, fumo, ombra, nulla.

 

Ignoravo che Alvise con giovanile entusiasmo annotasse a guisa di brevi e acerbi testi poetici riflessioni e immagini. Molto di lui ho scoperto dopo la sua scomparsa, sicché la sua urna è luogo di incontro, di corrispondenza mestamente univoca. Nelle sue parole scritte si evoca la conversazione, il sodalizio e l’affinità.

Guardo ancora alla vita - seppur con dolore e con angoscia si perpetui il ricordo dell’amico- con laico e razionale impegno: ho cercato nelle parole “a lo poético” di Alvise- con amata espressione spagnola - , il codice ed il simbolo, mai la chiave o la ragione, ché queste ultime appartengono all’ignoto, come ci rivela Antonio Machado:

Tutto di noi nell’anima

per misteriosa mano si governa.

Tacite, incomprensibili, nulla sappiamo delle nostre anime.

Le parole dei savi più profonde

c’insegnano l’uguale

del sibilo del vento quando spira,

o del suono dell’acqua quando scroscia.

 

È una materia spirituale ed umana, di fresca spontaneità e di acceso pensiero, quella che Alvise ha tradotto nella scrittura individuale. Ho avuto modo, per un atto di generosa condivisione del mondo più intimo di Alvise voluto dagli amati genitori, di leggere alcuni dei suoi testi, brevi, predisposti all’ulteriore cesello, interrotto dalla misteriosa mano che governa le nostre anime.

Alvise con i titoli anteposti ai suoi versi: Leggerezza, Autunno, Abbandono, ci suggerisce la trama ed il percorso delle sue riflessioni.

L’ordito lessicale e i sintagmi dei testi inducono correlazioni e accostamenti: la luce, la voce, l’evocazione del destinatario silente, l’immagine e la rappresentazione di un tu che può essere persona altra, alter-ego o la stessa poesia.

Luce, oblio, silenzio come nei versi del nostro prediletto Luis Cernuda:

 

I muri, nient’altro

 

I muri, nient’altro.

Giace la vita inerte,

senza vita né suono,

senza accenti crudeli.

La luce, livida, sfugge,

e il vetro s’assicura

contro la notte incerta

di piogge impetuose.

Eretta, risuscita

come di nuovo la casa:

i tempi sono identici,

diversi gli sguardi.

Ho chiuso la porta?

L’oblio mi schiude

le sue nude dimore

grigie, bianche, senz’aria.

Ma nessuno sospira.

Un pianto tra le mani

soltanto. Silenzio, nulla:

l’oscurità che trema.

 

Se mai il tempo potrà imbrigliare il dolore, se mai il tempo ci convincerà dell’assenza di un prezioso ed insostituibile amico, se mai l’oblio potrà abitare in qualche luogo, allora le parole di Alvise ci apparterranno. 

Per ora abita in me il mesto ricordo di un fratello, la cui vita è racchiusa, come un palpito, tra due date troppo vicine. Mi vengono ancora una volta in mente le molte ore passate insieme a cercare di decifrare gli arcani della linguistica e della filologia, a leggere ed analizzare testi di autori spagnoli.

Alvise era uno studente diligente, entusiasta per la letteratura: gli piaceva studiare, a volta gli risultava difficile, com’è successo a tutti noi, misurarsi con le discipline che lo allontanavano momentaneamente dalla letteratura. Tuttavia quando veniva meno l’entusiasmo, era solito aumentare l’impegno e l’applicazione. Ho avuto la fortuna di conoscerlo ed apprezzarlo anche al di fuori dei nostri impegni di studio. Ritengo che Alvise fosse una persona simpatica, felice, sensibile, non facile, corretta e generosa, molto attento alla gratitudine e alla lealtà nei rapporti umani, convinto delle proprie idee, senza essere ostinato, a volte introverso ed impenetrabile, mai banale. Amava molto la sua famiglia, credeva nell’amicizia, detestava l’ingratitudine. Ci dividevano parecchi anni, ma il sodalizio che si era instaurato tra noi annullava la differenza d’età: abbiamo discusso a lungo su tanti argomenti, a volte avevamo opinioni diverse rispetto a molte questioni, ma ci piaceva indugiare nella conversazione o nel dibattito ed esplorare con umiltà l’amata letteratura. Mi stupiva la sua predisposizione alla recitazione: era dotato di un talento straordinario di attore, di imitatore e di cantante. Spesso per stemperare la tensione dello studio imitava questo o quel personaggio pubblico, questo o quel docente (me compreso), questo o quel conoscente comune con una straordinaria bravura nel cogliere e parodiare caratteri, gestualità e modi di parlare. Con ciò dimostrava la sua non comune capacità di osservare gli altri e di ironizzare sui comportamenti umani con garbato umorismo. Nei giorni immediatamente precedenti il 22 marzo, ci eravamo frequentati e sentiti molto spesso.

Non credo che riusciremo mai, se esiste, a sapere il perché e forse non ci spetta. Ha scritto Eugenio Montale: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco/lo dichiari e risplenda come un croco/perduto in mezzo a un polveroso prato/. Ero convinto che avrei fatto un lungo cammino con Alvise e che avrei condiviso con lui idee e progetti: dall’attività per l’Associazione dei laureati di Ca’ Foscari, al viaggio a Madrid, all’organizzazione di incontri di lettura di opere di autori spagnoli e di rassegne di teatro spagnolo, al quale si dedicava con passione ed entusiasmo. Non ci siamo riusciti. La parola ed il ricordo stridono di dolore. È difficile rassegnarsi, ma mi auguro che la rassegnazione si possa mitigare nello scrigno della memoria e della presenza delle esperienze condivise. Credo che la realizzazione dei progetti ideati con lui sia il modo migliore per sentirlo ancora tra di noi. Tutto il resto appartiene alla profondità e al silenzio del nostro dolore per la perdita di un amico.

En tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada

 

 

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