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Daniela Pellegrini PDF Stampa E-mail

Daniela era, ne sono sempre stato certo, una delle sue più care colleghe di università. Era laureata da pochi mesi quando Alvise è salito al cielo e l’ho conosciuta un mese dopo in occasione della prima messa di ricordo. Con emozione rivivo quei momenti, così intensi e Daniela è ora una mia cara amica.

 

La luce della sua amicizia

 

È difficile parlare di chi non c'è più senza il rischio di dire cose che non siano poi effettivamente corrispondenti alla realtà interiore di quella determinata persona. Cercherò quindi di esprimermi con la dovuta cautela e rispetto di chi non può più assistere a quanto viene detto di lui, dando per scontato il margine di relatività dei miei ricordi e delle impressioni.

Ho conosciuto Alvise nel ’97 all’Università. Si distingueva un po’ da tanti altri studenti per la sua vitalità e la sua personalità ben definita, che si poteva percepire grazie al suo bisogno di farsi sentire, di comunicare, di arrivare agli altri.

Stando vicino a lui era inevitabile ricevere qualche cosa: uno stimolo per una riflessione su fatti di vita, la gratificazione di una sua parola gentile, mai inopportuna né affrettata e immancabilmente presente tutte le volte che parlavo con lui, e ancora tante risate, soprattutto per la sua straordinaria capacità di imitare persone di nostra conoscenza cogliendone tutte le sfumature e i minimi dettagli. Un volta gli avevo chiesto come facesse a fare delle imitazioni così perfette e lui mi aveva risposto che gli risultava naturale osservare le persone e che il fare imitazioni era stato il suo gioco preferito fin da piccolo. Ho sempre pensato che questa sua dote rendesse conto di una sua sensibilità nel capire gli altri. Avevo notato che riusciva a capire le persone che gli stavano attorno guidato dalla  conoscenza intuitiva delle sue sensazioni e dalla capacità di ascoltare gli altri, i loro problemi con autentica disponibilità e con un atteggiamento di empatia.

Ricordo in particolare la sua passione per la letteratura, in particolare il teatro e le poesie. Si avvicinava a quei testi con spirito libero: una volta aveva trascorso un’intera mattinata nella biblioteca del dipartimento di spagnolo a leggere e trascrivere poesie che successivamente mi aveva mostrato per evidenziarne la bellezza e per discuterne, nonostante riguardassero autori non previsti nel programma di esame, e mi sembrava quasi avesse una sorta di intolleranza ai percorsi obbligati proposti nei programmi, quasi che ostacolassero il suo bisogno di cercare qualche cosa più rispondente alle sue esigenze di conoscenza di quel determinato momento.

Le poesie per lui non erano tanto da studiare per prendere un voto ma da vivere. Mi piaceva anche la sua fantasia descrittiva. Una volta per telefono sentendomi tesa e preoccupata quasi per gioco aveva iniziato a descrivermi un paesaggio naturale inventato da lui dove avrei potuto rilassarmi. Era una descrizione improvvisata, originale e particolareggiata nelle forme, nei colori al punto tale di provare la sensazione di aver tale paesaggio sotto gli occhi. Gli avevo suggerito di non perdere questa dote narrativa e di coltivarla anche se per lui era solo un gioco. Ricordo anche un altro aspetto interessante della sua personalità, la sua voglia di pensare e di esprimere opinioni sui fatti di vita e di attualità. Le sue opinioni le illustrava quando eravamo seduti al tavolini di qualche bar o magari leggendomi le sue lettere al direttore scritte ai quotidiani. Accettava poco certi compromessi inerenti a varie questioni e talvolta mi sfidava a ribattere.

Una delle ultime volte che lo avevo sentito mi aveva invitato a segnalare nuove questioni nodali di attualità da commentare sui quotidiani, raccomandandomi di farmi viva e di non sparire,  di non fare come tutti quelli che dopo la laurea si perdono di vista solo perché ciascuno pensa alla propria vita e ai propri interessi.

Avevo in mente di suggerirgli un paio di argomenti interessanti ma era tragicamente troppo tardi, il male dell’anima lo aveva distrutto.

La sua amicizia la vivo tuttora come un’esperienza che a volte non smette di farmi pensare e constatare che chi ha una sofferenza profonda dell’anima, in alcuni casi, può avere delle risorse umane autentiche e vive come il suo altruismo in grado di condizionare positivamente chi gli stava vicino quasi trasmettendogli  una luce, quella della sua amicizia.

 

 

 

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