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Marianna Lazzarato PDF Stampa E-mail

Un'altra sua collega di studi del Dipartimento di Francese nel periodo in cui frequentavano la sede di Ca’ Zorzi. Negli ultimi anni Marianna si è trasferita a Roma per lavoro ma anche lei ha voluto ricordare Alvise con una sua testimonianza.

 

Alvise era il sole

 

Alvise era il sole. Mi piace ricordarlo così, a passeggio lungo le calli di Venezia, lo sguardo luminoso, la voce squillante, il volto sempre sorridente. Non si arrabbiava mai, o per lo meno non lo dava a vedere. E poi era un instancabile comunicatore. La sua naturale inclinazione alla parola, al dialogo, alla battuta era semplicemente incredibile. La famosa “tazzulella ‘e cafè” che era solito canticchiare sottovoce, uscendo dal dipartimento di Ca’ Zorzi in direzione del nostro bacaro di ritrovo, mi risuona ancora adesso nelle orecchie, come un nostalgico ricordo di giorni spensierati, in cui eravamo ancora degli universitari ambiziosi e innamorati delle lingue e che passavano dalle aule silenziose dei dipartimenti alle callette veneziane brulicanti di voci e colori.

Ricordo bene il mio primo incontro con Alvise. Fu lui a venire da me, sigillando l’inizio di una cara amicizia. A quel tempo studiavamo entrambi francese presso il dipartimento di Ca’ Zorzi. In biblioteca, quella mattina, non volava una mosca. Pile di libri disseminati qua e là nascondevano teste chine a leggere e a scrivere. Era dicembre ed il sole brillava, inondando di luce lo stanzone. Ogni tanto s’intravedeva qualcuno passare velocemente lungo la scalinata in marmo, lanciando un’occhiata furtiva in direzione della biblioteca, per lo più studenti o qualche professore che si recava a far lezione. Finché non arrivò Alvise.

Si fermò sulla soglia di quel massiccio portone d’entrata, si guardò intorno e dopo qualche secondo si diresse con passo deciso verso la mia postazione. Borsa alla mano, giacca di camoscio chiaro, la sua immagine è ancora nitida nella mia mente. Quel viso aveva uno sguardo disteso, la fronte leggermente stempiata, gli occhi di un azzurro chiaro, e un sorriso semplice e genuino caratterizzato da una dentatura leggermente larga che ispirava simpatia.

“Ciao, oggi è il mio compleanno e ho portato dei pasticcini. Ti va di unirti a noi al piano di sotto? Siamo nell’aula di francese”. Non sapeva neppure il mio nome, ma che importava? Il bello di Alvise era anche quello. Fu così che mi ritrovai improvvisamente a festeggiare con gli altri il suo 20esimo compleanno, e ad assistere sbalordita alle sue imitazioni di Mike Buongiorno e Corrado. Che giornata!

Alvise possedeva un’invidiabile spontaneità che gli permetteva di sgretolare ogni barriera di diffidenza. Sapeva essere tanto estroverso e compagnone, quanto discreto e diplomatico, tanto poeta devoto alla letteratura spagnola quanto imitatore e barzellettiere.

Era un’anima poliedrica e sensibile, forse tanto vulnerabile quanto apparentemente forte e capace di farsi scivolare addosso le amarezze quotidiane della vita. Mai un muso lungo, mai un broncio, mai una lamentela di sconforto. Alvise trasmetteva solarità e pacatezza. 

Conservo ancora le cartoline che ogni tanto mi inviava dalle località dove andava in vacanza.

L’ultima arrivò dalla montagna, poco prima che se ne andasse. “Un caro saluto dal tuo amico Alvise, magari una volta o l’altra passo dalle tue parti e andiamo a berci un caffè” Già, quella famosa tazzulella ‘e café

 

 

 

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