Antonio Lucchin e Lucia Gatti Stampa

Tony e Lucy, i due carissimi amici di famiglia, ambedue Cafoscarini della Facoltà di Lingue, con molti anni di laurea alle spalle. Lo avevano anche ospitato nella loro casa a Milano in occasione di un periodo in cui doveva sottoporsi a delle terapie mediche presso uno studio specializzato a due passi da piazza Meda, e di quei giorni Alvise aveva un bellissimo ricordo tanto che spesso con noi genitori imitava Toni  e parlava di Lucy con parole di affetto.  Toni e Lucy furono con noi e Alvise il 19 marzo, in occasione della festa che organizzammo io e Renata per i nostri 25 anni di matrimonio, solo poche  sere prima della sua salita in cielo, avvenuta il 22 marzo del 2002.

 

Il soggiorno milanese

 

Quando ci capita di rievocare la definitiva partenza ed assenza  di Alvise non ci lasciamo fuorviare dalla spontanea forzatura psicologica, alla quale il ricordo viene sottoposto dal tempo trascorso, perché facciamo riferimento fondamentalmente ad un episodio schietto, semplice ed ammissibilmente narrabile nella sua pura cronaca. 

Alvise ha vissuto in casa nostra, a Milano, per due settimane.   

È stato durante il suo primo anno di università cafoscarina ed Alvise non aveva ancora ben individuato l’indirizzo linguistico, al quale, più tardi, avrebbe dedicato le sue preferenze e le sue  energie intellettuali.

Diciamo questo per sottolineare due aspetti:  trovava nell’abitazione una chitarra classica , strumento al quale Alvise era già appassionato e la “duena”, Lucia, cafoscarina, laureata con specializzazione in lingua spagnola nei primi anni cinquanta, ma soprattutto cultrice della letteratura e della storia spagnole, continuativamente attiva nel tenere viva questa sua quasi connaturale dedizione.

A questo si aggiungeva una piccola biblioteca di classici spagnoli,  a disposizione proprio nella stanza del suo soggiorno. Alvise aveva degli impegni, che gli lasciavano molto tempo libero, che io glielo riempivo con suggerimenti di visite a monumenti, di cui la città abbonda.

Un ridotto quadro di facile e breve convivenza, piena di momenti ilari  per le improvvisazioni sonore, di canti e di ritmi, con Lucia  e  di scherzose schermaglie nelle “verifiche” turistiche di fine giornata con me.

Da quando Alvise non c’è più, Lucia ed io ci tramandiamo la banalità di questa narrazione con una specie di benevola esagerazione, con l’aureola  delle rappresentazioni mitizzate e siamo convinti che ce ne dà ragione la tenerezza con la quale siamo stati compensati da Alvise nel successivo breve tempo della sua esistenza.

Gli abbiamo voluto bene per la sua spontaneità di comportamento.

Gli abbiamo voluto bene per il suo interesse per tutto quanto era spagnolo.

Gli abbiamo voluto bene per la sua umiltà di disposizione all’apprendere.

Gli abbiamo voluto bene per la conferma, molte volte dimostrataci, della  simpatia sua verso di noi.

Gli abbiamo voluto bene per come rideva, come parlava.

Gli abbiamo voluto bene perché aveva qualcosa, non sappiamo se può essere appropriato alla sua essenzialità, di incorporeo, di creatura quasi eterea.

Insomma, gli abbiamo voluto bene per… come era.  E gli vogliamo ancora bene.