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Frida Bertolini PDF Stampa E-mail

 

Non ho avuto modo di conoscere personalmente  Frida, ma solo tramite Internet e mi ha fatto molto piacere ricevere la sua testimonianza che di seguito potete leggere.

 

Sembravi tu, ma non eri tu

 

Caro Alvise,

sono trascorsi ormai più di dieci  anni, ma mi sorprendo spesso a pensarti e ogni volta ti ricordo con molto affetto. A lungo ci siamo incrociati nella biblioteca di Ca’ Garzoni, intenti a preparare qualche esame e pronti a mille pause fatte di chiacchiere. E tu eri proprio un gran chiacchierone! Parlavi di tutto ed eri sempre entusiasta per qualcosa.

A volte, eri davvero ingestibile, se non parlavi… cantavi!

Ricordo che una volta, sul 4, l’autobus che ci portava a Venezia, mi hai fatto un resoconto dettagliato del festival di Sanremo. Canzoni, situazioni, non ti sfuggiva nulla e lo raccontavi con l’allegria e la carica che ti contraddistingueva sempre. Poi ci siamo un po’ persi di vista e quando ti ho chiamato, nell’estate del 2001, per chiederti gli appunti dell’esame di italiano, ho stentato a riconoscerti.  Sono passata a casa tua a prendere il materiale e poi mi hai riaccompagnata per un pezzetto di strada. Cercavi di essere allegro, ma in te c’era una tristezza profonda e a me ora dispiace che uno dei tuoi ultimi ricordi sia proprio questo. Abbiamo parlato un po’ nel tragitto. Eri molto in difficoltà e credevi che se avessi incontrato la persona giusta questo ti avrebbe cambiato la vita.

Oggi, dopo tante esperienze, posso dirti che non sarebbe comunque stata la soluzione, ma allora non sapevo cosa dire e ti ho salutato con la promessa di mantenerci in contatto. Ci siamo rivisti ancora quell’autunno, la tua tristezza si era trasformata in un’allegria forzata. Sembravi tu, ma non eri tu. Io ero alle prese con la stesura della tesi che di lì a poco avrei discusso, tu stavi finendo gli esami, ti mancava poco. Non c’era più tempo per le chiacchiere inutili, ma ora vorrei tanto averlo trovato quel tempo!

Forse non avrei potuto fare nulla per te, ma ho il grosso rammarico di non aver capito quanto stessi male. È triste doverti scrivere al passato e al condizionale, però ti assicuro che quando ti penso lo faccio sempre al presente.

Non credo che tu ora sia molto lontano, ti immagino finalmente sereno e di nuovo pieno di entusiasmo e allegria, senza quel peso enorme che per troppo tempo ha offuscato la tua luce.

Non ricordo se ascoltassi Guccini, ma ti voglio salutare con l’ultima strofa della canzone con cui Francesco apre ogni suo concerto, nel segno di una perfetta fedeltà al ricordo di un’amica che non c’è più. Un piccolo pensiero che condivido e che ti dedico:

“Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi e che come allora sorridi...”

 

Ti abbraccio forte, ciao Alvise!

 

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