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Fulvia Ardenghi PDF Stampa E-mail

 

Fulvia, oggi laureata in lingue, apre questo pacchetto di testimonianze dedicato a chi lo ha conosciuto durante il periodo universitario. La sua mail mi è giunta nei primi mesi del 2011 mentre raccoglievo le testimonianze di una quarantina di cafoscarine che hanno contribuito alla pubblicazione, tutta al femminile, “Perché ho scelto Ca’ Foscari” e quando ha ritirato la sua copia durante la presentazione del libro in università il 21 maggio scorso, sono certo che anche Alvise era lì, contento di questa sua partecipazione.

 

Ricordi sbiaditi, ancorché sereni

 

 

Certo, mi ricordo di Alvise, anche se ci siamo incontrati a lezione credo solo il primo anno di università, al corso di letteratura italiana. Forse anche a quello di storia moderna. Doveva essere il 1997. Per lo più capitava di prendere lo stesso autobus al ritorno, il "4" ovviamente, con altri studenti/studentesse. Ma Alvise poi ha seguito spagnolo, che gli piaceva moltissimo (anche del rapporto con alcuni docenti di spagnolo era entusiasta) quindi le occasioni di incontrarsi erano sporadiche. Io, infatti, ho seguito tedesco e francese. Inoltre credo che per un periodo lui sia stato all'estero in Erasmus, perché è passato molto tempo da quei primi corsi prima che lo rivedessi. Se non era in Erasmus, si vede che i corsi che seguivamo erano in zone di Venezia diverse, può anche essere. Anni più tardi mi è capitato di incontrarlo alla sezione di francese, che allora si trovava in un'ala dell'ex ospedale Giustinian. Ma il suo rapporto con gli studi di francesistica era travagliato, così almeno mi dissero alcune mie amiche che allora frequentavano Alvise, o che perlomeno erano aggiornate sul suo percorso di studi. E in effetti non era dell'umore giusto per chiacchierare del più e del meno quando lo intravedevo nella biblioteca-sala studenti dell'ex Giustinian. Sì, certo, ci si salutava, ma nulla più. Quando è mancato sono rimasta attonita e addolorata, ma già prima c'era qualcosa che mi sfuggiva, meglio, che m'inquietava nell'Alvise che mi capitava d'incontrare negli ultimi anni. Io sono molto emotiva ma anche molto introversa, estremamente sensibile agli umori altrui e al modo di rapportarsi del prossimo nei miei confronti. Una volta mi era capitato di incrociarlo sulla soglia di un'aula: insieme ad altri compagni di studi girava per le aule per pubblicizzare una rappresentazione teatrale organizzata col supporto della sezione di Iberistica, se non mi sbaglio. Dire che ne era entusiasta è dir poco! Sembrava che stesse pubblicizzando l'evento più bello del mondo, ma la sua evidente eccitazione non riusciva a contagiarmi, anzi, mi lasciò vagamente perplessa, perché per indole e storia personale mi ritraggo di fronte agli atteggiamenti sopra le righe. Allora non sapevo nemmeno cosa fosse il disturbo bipolare e per anni poi ho ignorato che Alvise ne soffrisse. Mi spiace. Io, ripeto, ho condiviso dei momenti con Alvise agli inizi, ricordo che ci siamo conosciuti durante una lezione di letteratura italiana del prof. Mutterle. Eravamo a Ca' Dolfin, aula Saoneria o un'altra aula a piano terra, c'erano le sedie con la tavoletta reclinabile per scrivere, l'aula era piena zeppa, il riscaldamento al massimo, noi eravamo in fondo e non c'erano altre sedie disponibili. Alvise mi ha chiesto se volevo una mentina e così abbiamo iniziato a parlare. E poi ci sono state un sacco di altre lezioni simili a questa. Mi piacerebbe ricordare un aneddoto preciso, una battuta, un qualcosa di più di quanto le ho appena scritto, ma per quanto ci pensi non ci riesco. So che in autobus per il ritorno a Mestre si scherzava e si facevano battute sulle lezioni e sui professori, ed era sempre Alvise a dare il "la", ma non saprei davvero essere più precisa. Forse proprio perché erano cose lievi, spensierate, nulla che avesse bisogno d'essere esplicitato meglio. Sono passati molti anni e ho solo questi ricordi sbiaditi, ancorché sereni.

 

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