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Giannicola Pittalis PDF Stampa E-mail

 

Alvise e Giannicola erano amici e anche adesso ricordo quella serata di metà dicembre del 2001, quando, nel pomeriggio, ci fu  la premiazione di Marino Grimani a  Cafoscarino dell’Anno.  In suo onore quell’anno organizzai con la collaborazione di Franco Scarpi dell’Anonimo Veneziano, la consueta cena dell’associazione dei laureati e quella fu sicuramente una splendida serata. Eravamo a Palazzo Franchetti, nel piano nobile sul Canal Grande, dove affacciandosi alle grandi vetrate si poteva vedere da una parte il ponte dell’Accademia e dall’altra il grande slargo dinanzi alla Salute. Un’immagine che ritroviamo nei quadri del Canaletto, ma anche in tutte le cartoline che un tempo venivano inviate come testimonianza della propria vacanza da chi veniva a Venezia anche solo per poche ore. E quella sera Giannicola ed Alvise  erano allo stesso tavolo con altri giovani amici nella stanza accanto a quella dei senior, dove fra i tanti partecipanti vi erano anche Plinio Sacchetto, Giannantonio Paladini e Marcello Romano. Ora Alvise è in cielo e sono sicuro che ogni tanto Marino, sua moglie Bianca, Giannantonio, Plinio e Marcello sono con lui a parlargli della nostra sincera amicizia ed anche a ricordare quella bella serata.

 

Un’anima che vive per sempre

Lo seré todo,

pues que mi alma es infinita:

y nunca moriré, pues que soy todo

(Sarò ogni cosa,

poiché l’anima mia non ha confini,

e non morirò mai, giacché son lutto)

 

Juan Ramón Jiménez

 

Alvise era un giovane laureando in Lingua e Letteratura Spagnola presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ed era arrivato al termine del cursus studiorum, al quale aveva inoltre aggiunto tre esami per approfondire lo studio del teatro e delle discipline letterarie.

Adorava la letteratura. Queste sue passioni però non gli hanno mai impedito di aiutare chi era meno fortunato di lui, di condividerne le difficoltà. Forse proprio il suo animo così nobile gli imponeva sempre di farsi continue domande. In un articolo da lui scritto per un giornale dedicato al mondo del no profit a livello europeo aveva scritto: “Vorrei con questo mio lavoro riuscire ad esprimere e quantificare tutta la mia rabbia per un mondo diviso anche nella possibilità per gli uomini di vivere la quotidianità, nel camminare, nell’affrontare un centro storico, una scala, una strada, un negozio, una scuola. Quello che si dice una vita normale, dove per vivere non si debba avere bisogno di tecnologie e di medicine, di apparecchi particolari, di accompagnatori e di quant’altro serva per potere essere autonomi e potersi sentire uguali agli altri. Se avessi un’idea, anche solo in parte vincente, per dare delle risposte intelligenti al miglioramento della propria vita e più in particolare a chi ha difficoltà, a chi vive una sua diversità rispetto agli altri, penso che nessun premio possa essere tanto importante da essere all’altezza del risultato conseguito”.

Questo era Alvise. Un ragazzo come tanti, ma al tempo stesso diverso. Un ragazzo che a differenza di molti altri capiva il disagio di chi, per sorte o per scelta, non poteva fare altro che vivere contando sulle sole proprie forze. Alvise era una persona simpatica, non facile, corretta e generosa, molto attento alla gratitudine e alla lealtà nei rapporti umani, convinto delle proprie idee, senza essere ostinato, a volte introverso ed impenetrabile, ma mai banale. Amava molto la sua famiglia, credeva nell’amicizia, detestava l’ingratitudine. Adorava anche recitare: era dotato di un talento straordinario di attore, di imitatore e di cantante. Spesso imitava questo o quel personaggio pubblico con una straordinaria bravura nel cogliere e parodiare caratteri, gestualità e modi di parlare. Dimostrava la sua non comune capacità di osservare gli altri e di ironizzare sui comportamenti umani con garbato umorismo.

Orgoglioso del padre Umberto, da anni impegnato nel sociale, aveva approfondito i sistemi e le organizzazioni interne delle fondazioni, facendo di quelle spagnole addirittura l’argomento della sua tesi di laurea. Se ne è andato in silenzio, all’improvviso, come un attore che all’ultimo atto abbandona la scena, lasciando dietro di sé solo il sipario che si chiude. Ma oggi è la volontà dei genitori Renata e Umberto che permette ad Alvise di continuare a vivere come esempio per gli altri. Alla fine del 2004 nasce la Fondazione Alma, dalla significativa sigla ALMA che è data dall’unione delle prime sillabe rispettivamente del nome e del cognome di Alvise. Ma ALMA significa anche ANIMA, SPIRITO, ENERGIA in lingua spagnola, quella lingua che Alvise tanto amava e aveva appassionatamente studiato. Così la Fondazione ALMA nasce allo scopo di onorare la memoria di Alvise, nutrita dal suo stesso SPIRITO sensibile e generoso che lo caratterizzava e lo spingeva ad interessarsi di problematiche sociali, e ad avvicinarsi alle persone meno fortunate o in difficoltà.

Foscolo ha detto che solo chi non lascia un ricordo è destinato a morire per sempre. Alvise ha lasciato una traccia del suo passaggio in ogni persona che aveva conosciuto e il suo ricordo, più ancora del suo nome, stanno ora vivendo in tutti quei ragazzi che l’impegno della Fondazione sta salvando. E mi piace immaginarlo sorridente, mentre da dove si trova ora, ne discute in spagnolo con quegli autori spagnoli che amava tanto.

 

 

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