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Alvin Saraci PDF Stampa E-mail

Un accento inconfondibile quello di Alvin e non sapendo quale era la sua nazione avrei certamente detto inglese. Poi quando, anni dopo, è venuto a trovarmi nella sede della Fondazione dedicata ad Alvise ho avuto modo di conoscere le sue origini, il suo paese e quanto affetto e stima avesse nei confronti di Alvise.

Ancora oggi, a distanza di dieci anni, periodicamente passa quasi casualmente a trovarmi negli uffici della Fondazione e le sue parole ricordano sempre il suo caro amico Alvise come se tutto fosse successo da pochi giorni.

 

Impressioni sul mio amico Alvise

 

La prima volta che ho conosciuto Alvise, mi ricordo che ci siamo trovati al Palazzo Zorzi-Liasidis vicino al Museo delle Icone Greche, dove c’era una volta il Dipartimento di Francese. Egli usciva dalle aule con un gruppo di amici e amiche e si fermava vicino ai tavoli nei corridoi che costituivano una volta la biblioteca.

Mi ricordo che teneva degli occhiali da sole che gli sporgevano sulla fronte e si distingueva per una andatura elegante, per l’entusiasmo ed il desiderio di fare nuove amicizie.

Avevamo amici in comune e mi viene in mente che egli si comportava amichevolmente con tutti, e subito capivi che in un gruppo era al centro dell’attenzione, poiché i suoi discorsi erano profondi e il suo ordine e compostezza riflettevano anche un senso di serietà. Spesso lo vedevo in compagnia di studentesse, dato che nella nostra facoltà avevamo più amiche che amici, perché noi uomini eravamo in pochi e potevamo contarci con le dita di una mano.

All’inizio degli studi ammetteva che aveva incontrato delle difficoltà dato che ci mancava un po’ quell’orientamento che ci avrebbe fatto risparmiare più tempo, e dovevamo organizzarci da soli e già adattarsi ad un livello alto di esigenze per gli esami del primo anno. Qualche tempo dopo mi diceva che aveva cambiato lingua e al posto dell’inglese studiava spagnolo, dato che la trovava una lingua facile e bella ed io commentavo che egli era rimasto affascinato dalle culture neolatine, avendo scelto spagnolo e francese come lingue straniere.

Dopo le difficoltà iniziali, sembrava che la via verso la laurea fosse spianata, dato che oramai avevamo capito come funzionava. Ci trovavamo meglio quando avevamo lasciato dietro la maggior parte degli esami e tanti volumi di libri e esercitazioni che ci erano dovuti.

Io mi ero iscritto alcuni anni prima di lui; comunque quando ci incontravamo in biblioteca dopo le lezioni, discutevamo su vari argomenti.

Parlando con lui si notava che aveva un animo buono e la disponibilità di aiutare chiunque gli poneva delle domande sullo studio. C’era una ragazza giovane albanese che studiava francese, la quale era molto bella e gentile, ma voleva mollare gli studi perché incontrava difficoltà. Alvise le diceva che, se non ce l’avesse fatta, non doveva rifiutare l’aiuto degli altri studenti e continuare con coraggio fino alla conclusione degli studi. Egli notava che gli studenti albanesi erano persone gentili, serie e brave e molto diverse da come eravamo descritti dalla stampa.

Per l’ultima volta lo incontrai al Dipartimento delle Zattere sei mesi prima che venisse a mancare.

Mi diceva che stava andando bene e si accingeva a concludere la tesi. Era in compagnia di un’amica e mi sembrava un po’ pallido in viso, ma il suo discorso era caratterizzato da un tono brioso e gentile come mai era successo. Io gli raccontai che mi preparavo a partire per la Spagna, dove avrei studiato per una master per tre mesi.

Non avrei mai pensato che quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo incontrati.

Ultimamente, parlavamo con alcuni amici e amiche su Alvise. Mi dicevano che preservano il ricordo vivo di un giovane modello: dinamico, aperto e entusiasta, con tanta voglia di vivere e come tale rimarrà sempre tra i pensieri di coloro che l’hanno conosciuto.

 

 

 

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