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Alessandro Pegoraro PDF Stampa E-mail

Un amico, Alessandro, che si era aggiunto negli ultimi mesi alla compagnia del fine settimana e che sapevo essere il figlio di Ivo un mio caro collega che, andato in pensione, è diventato poi un punto di riferimento della Fondazione dedicata ad Alvise.

Alessandro, che avevo conosciuto anch’ io da circa un anno, durante il periodo della sua tesi in economia, assistendolo nella definizione della bibliografia del suo lavoro, nel 2004 è stato uno dei fondatori della Fondazione e ancor oggi fa parte del consiglio di amministrazione, portando il suo personale  contributo anche e soprattutto come suo amico.

 

Una serata con Alvise

 

Frequentavo Alvise da alcuni mesi, eravamo usciti qualche volta a bere un aperitivo e a fare una passeggiata. Non potevo affermare di conoscerlo a fondo. Tuttavia, nelle conversazioni con lui, avevo capito che dietro quella facciata di persona molto quieta e calma, si celava un ragazzo dai mille interessi, dalla spiccata sensibilità, e dal notevole spirito di osservazione. Queste caratteristiche non si scorgevano all’istante, rimanevano nascoste, per poi rivelarsi all’improvviso, in un solo attimo, con una breve frase o con un gesto, cogliendo impreparato chi gli stava di fronte. Così, quando credevi di averlo capito, di essere riuscito a comprenderlo, lui, in pochi secondi, ti costringeva a dover rivedere l’idea che te ne eri fatto.Quella sera volle portarmi al karaoke. Diceva di avere un interesse per la musica leggera, e, in particolare, gli piaceva cantare. Fino a quel momento non sapevo che Alvise coltivasse questa passione, e mai avrei potuto pensare che quel ragazzo, con quella sua voce sottile, e quel carattere che lo portava a lunghi periodi di silenzio quando si era in compagnia, amasse esibirsi in pubblico. Ma, per l’ennesima volta, Alvise mi stupì.Entrammo nel locale e ci sedemmo. Ad ogni tavolino c’era la lista delle canzoni che era possibile cantare. Erano centinaia, dei più famosi cantanti e gruppi, sia italiani che stranieri. La scelta andava indicata su dei foglietti di carta che ogni tanto il ragazzo addetto veniva a ritirare. Si potevano cantare al massimo due pezzi alla volta.Alvise cominciò a scorrere col dito per decidere quali. Nel fare ciò, assunse un’aria molto seria e combattuta. Si mise a girare e rigirare le pagine dell’elenco per diversi minuti. Gli domandai il perché di tutta questa indecisione, e gli manifestai la mia perplessità, visto che, in fin dei conti, si trattava di due canzonette, da cantare per divertirsi: non c’era nulla di così importante. Guardandomi contrariato, mi rispose che ci teneva a fare bella figura, e, pertanto, non poteva scegliere due pezzi a caso, ma quelli che lui quella sera si sentiva in vena di cantare e che lo ispirassero. Aggiunse anche che per lui il canto era una cosa seria, che doveva allietare chi lo ascoltava, e si sentiva enormemente appagato quando le sue interpretazioni entusiasmavano il pubblico.Così, dopo aver speso altri minuti nella scelta, ecco che finalmente Alvise decide per la conosciutissima “Pretty woman” e un pezzo di Celentano. “Una canzone in inglese e una in italiano, per0 non sbagliare”, ammette.
L’attesa è lunga, e prima che tocchi a lui parecchi altri cantanti si alternano al microfono. Alcuni sono bravi, altri meno. Alvise osserva e ascolta tutti molto attentamente, ed esprime i suoi commenti: “Questa è brava ma ha un tono di voce troppo alto”, “Questo non avrebbe dovuto cantare”… Ha un’aria seria e si capisce che per lui tutto questo è più di un gioco. Mi dice anche:”Mi raccomando, ascoltami bene quando canterò, e poi, sappimi dire come sono andato, dove ho sbagliato, ok?”.
Il suo turno si avvicina, e vedo crescere in lui un po’ di nervosismo. Ad un certo punto mi confida:”…ah, volevo dirti, quando canto, mi piace fare un po’ di show…”. Non capivo cosa intendesse dire esattamente, ma sicuramente non era una frase buttata lì, visto il tono con cui parlava. Finalmente il microfono arrivò nelle sue mani. Con un sorriso compiaciuto, si alzò in piedi, si tolse la giacca e scese in pista. Attaccò con il pezzo di Celentano, e lo fece imitando la voce di Adriano. Non riuscivo a credere alle mie orecchie: sembrava di sentire cantare proprio lui in persona. Non pensavo che Alvise fosse dotato di tali capacità. Inoltre camminava e si muoveva sulla pista come una star consumata, con grande naturalezza e senza il minimo imbarazzo di fronte alle decine di occhi che lo guardavano. Ogni tanto lo applaudivano, e lui riceveva questi apprezzamenti con un largo sorriso sul viso; ma non per questo distoglieva l’attenzione, e la sua voce proseguiva senza imperfezioni.La canzone era lenta e malinconica, mentre “Pretty woman”, che seguì subito dopo, al contrario, era allegra ed aveva un ritmo molto incalzante. Così, Alvise si adeguò. Appena la musica cominciò, salì su una sedia a cantare e a muoversi con l’anca, seguendo la melodia. Aveva un’agilità che non gli conoscevo.Non sembrava neanche la stessa persona di pochi minuti prima; non riuscivo a capacitarmi di come lui, ragazzo dai movimenti lenti e controllati, si fosse trasformato, da un momento all’altro, in un divo da palcoscenico. Alvise mi stava sorprendendo ancora una volta. Saliva e scendeva dalla sedia, ci correva intorno e tutto questo senza mai sbagliare l’intonazione dei versi. Il pubblico applaudiva e lo ammirava. Sembrava essere un po’ stanco, ma continuava sempre con la stessa energia: voleva sicuramente arrivare fino alla fine senza deludere chi lo guardava, dando il massimo di se stesso.  E così, inventò nuovi passi, girò fra gli spettatori, rendendoli partecipi, e alla fine si poté affermare che la sua fu la più bella esibizione della serata. Quando ebbe finito di raccogliere gli applausi, salì al tavolino dove lo stavo aspettando. Era visibilmente affaticato. Gli mancava il fiato, ma non esitò mezzo secondo, e le prime parole che mi rivolse furono: ”Come sono andato, come sono andato?”.

 

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