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Home Il Ricordo La posta degli Amici della Spiaggetta di Jesolo Arianna Miazzo: Un dolcissimo ricordo degli anni dell’adolescenza
Arianna Miazzo: Un dolcissimo ricordo degli anni dell’adolescenza PDF Stampa E-mail

Di solito ci si ricorda della ragazza della porta accanto perché la si vede trasformarsi di anno in anno, ma in questo caso Arianna era la ragazzina del terrazzino di fronte al nostro ed i ricordi sono tanti, legati a quegli anni bellissimi ed a quella spiaggetta dove ogni anno tutto pareva uguale all’anno prima: l’ombrellone, il mare, le stesse famiglie, le persone a destra e a sinistra, con Lino, il bagnino, che provvedeva ad ogni cosa, ed infine la compagnia di Alvise.

Dunque il tempo pareva non passare, ma  invece è passato in fretta, troppo in fretta. Arianna è ora diventata madre di Matilde, una splendida bimba, e sono certo che Alvise, dal cielo, è sempre presente con chi gli ha voluto bene come lei.

 

Un dolcissimo ricordo degli anni dell’adolescenza

 

Non è facile, per me, scrivere un ricordo di Alvise: ne ho troppi, molto vivi e gioiosi. Ci siamo conosciuti quand'eravamo piccoli, durante la prima delle tante estati jesolane che abbiamo passato insieme.

Eravamo dirimpettai, e la sera, tornati dalla spiaggia, spesso ci divertivamo a comunicare tra i balconi le ultime impressioni della giornata appena trascorsa, o a “farci compagnia” mentre aspettavamo che fosse pronta la cena.

Tra i tanti ricordi, quello che mi è rimasto più impresso è molto semplice, ma infonde in me una profonda dolcezza: io stavo giocando, come spesso accadeva, nel poggiolo, e lui, appena finita la doccia, si è affacciato a salutare suo nonno, anch’egli in terrazzino: un attimo, uno sguardo tra noi, l’esplodere di un sorriso, e la certezza di capirsi, di essere amici.

I ricordi, che non considerano mai l'esatto scorrere del tempo, mi riportano con forza all'inizio dell'adolescenza, alle prime serate "da grandi", fuori con gli amici, a cantare in spiaggia seduti vicino a quegli stessi ombrelloni che, durante il giorno, servivano a ripararci dalla calura.

La sua voce è la più sicura, la più impostata (il “dono” di una famiglia di musicisti, come a volte diceva), quella che trascina anche i più timidi, la sua esplosiva allegria anima la serata, facendo partecipare tutti.

Quante chiacchierate sulla sabbia umida, quante ore passate tutti insieme, avvolti dall’atmosfera frizzante delle prime esperienze da ragazzi, tutti tesi a sperimentare una nuova libertà, una nuova vita, il più possibile lontana dall’infanzia appena trascorsa, nella sete di crescere. Ricordo la festa per i suoi diciotto anni, la sua gioia nell’avere gli amici intorno a sé, l’allegria contagiosa, il senso di calore che sapeva infondere in ogni rapporto umano, l’attenzione ad ogni espressione dell’altro, la costante premura nel mettere chiunque a proprio agio, nel cercare di alleviare la altrui tristezza.

Quello che non potrò mai dimenticare è questo senso di calore, questa incessante tensione ad aiutare gli altri, a gioire con poco, a fare dell’allegria il proprio manifesto.

Non voglio che i periodi più bui, che hanno fatto parte della mia e della sua vita, e che ci hanno spesso allontanato, seppure per motivi diversi, durante l’università, rattristino quest’immagine.

 

L’ultima volta che ci siamo visti, poco più di un anno fa, a Venezia, siamo tornati per qualche ora i bambini, i ragazzi bruciacchiati dal sole di tante estati passate insieme, ed è questo che Alvise sarà sempre per me: un dolcissimo ricordo degli anni dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsi insieme, un ragazzo allegro, vitale, con i capelli schiariti dal sole e un sorriso disarmante sul viso, la risata cristallina, che sapeva far sorridere tutti con i suoi slanci d’affetto, le sue rassicuranti parole, ma anche con il modo di fare un po’ giullaresco che sfoggiava per risollevare i più affranti.

 

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